PIERO RAGONE
è filosofo, ricercatore, scrittore, studioso di religioni e di esoterismo. Il suo campo d’indagine è tutto ciò che la scienza non è in grado di spiegare. Nel 2013 ha pubblicato Il Segreto delle Ere con la Macro Edizioni; il 2015 è la volta di Custodi dell’Immortalità, il 2016 è l’anno di Dominion – Le Origini aliene del Potere, entrambi editi da Verdechiaro Edizioni e Nexus Edizioni.
Nel 2017 riceve la laurea honoris causa in Scienze Esoteriche e pubblica Bloodlines, La Storia delle Due Linee di Sangue che Preparano l'Avvento del Messia e dell'Anticristo.
È ospite di convegni nazionali e internazionali e il suo nome è accostato ai maggiori interpreti della ricerca italiana e mondiale. È docente presso la Libera Università Italiana degli Studi Esoterici “Achille D’Angelo - Giacomo Catinella”, Facoltà di Scienze Tradizionali ed Esoteriche, Dipartimento UniMoscow, dove è titolare di due cattedre: Archeoastronomia Esoterica e Percorsi Iniziatici e Fenomenologia Angelica e Demoniaca.
L’esperienza dell’insegnamento si è tradotta nell’organizzazione di Seminari in cui vita vissuta e nuovi sentieri di Consapevolezza si intrecciano per rivelare I Segreti della Via Iniziatica.

lunedì 11 dicembre 2017

I DIAMANTI DEI POVERI

Del film “Caravaggio” di Derek Jarman, ricordo questa frase:
“Le stelle sono i diamanti dei poveri. I ricchi nascondono i loro tesori nelle casseforti. Si vergognano a doverli comparare con le ricchezze del Signore che risplendono nel Cielo”.

Molti anni fa, quando ero un vagabondo dell’Anima e trovavo rifugio in ogni tana che il mio studiato vagare mi offriva, mi è capitato per un po’ di possedere soltanto i “diamanti dei poveri”. L’imprevedibile avventura della Vita mi aveva condotto in una terra avara, per certi versi muta e indecifrabile; accade così che, volontà del destino o combinazione sbagliata di scelte azzardate e amorevole sfiga, la strada diventa la tua casa e il tuo unico bagaglio è uno zaino per metà pieno di mistici ricordi di un futuro che puoi solo sognare, e per metà pieno dei NON che ti trascini in quella specie di guscio di tartaruga che hai incollato tutto il giorno sulle spalle. 
Quando lo sporco della polvere d’asfalto incrosta il volto, e le fessure di un indumento stracciato sono motivo di vergogna per te, e di soddisfazione per chi ti vuol male, hai due possibilità: lasciare che tutto sia, oppure perderti nel loop di “come potrebbe essere stato”.
In quei giorni, il tuo corpo è da qualche parte; il posto in cui dormi è ovunque; ciò che mangi è quasi nulla e ciò che sei è il silenzio di ogni cosa.
L’unica certezza è l’elenco di quello che non hai. O di quello che non ti appartiene più. Due pensieri mi impedivano di far ritorno a casa: non ricordare più la via di casa e conoscere esattamente dove fosse la mia casa.
E fu così che due giorni di cammino nel vuoto mi condussero in un campo di calcio abbandonato; senza porte né spalti, senza righe né bandiere, un angolo del campo era il rifugio presso il quale quella sera trovai rifugio. 
Al centro della notte, disteso su una panchina in disuso, vedevo il cielo perlato tracciare sentieri che sognavo di percorrere e, poiché non era mia abitudine pregare quando il mondo girava al contrario, dissi imbronciato: “Mio caro Papà, non potevi riservarmi una fine peggiore. Disteso qui, sulla panchina della Vita, con la certezza che il mio turno non arriverà mai”. Non erano queste le parole esatte, ma c’era un carico di sano livore che non posso riportare.

Andiamo avanti di circa dieci anni, come in un film in stile Rodriguez/Tarantino, di quelli in cui salta la finta giuntura della finta pellicola per creare un finto diversivo. E lo spettatore balza all’improvviso da un contesto all’altro, ignorando quello che è accaduto nel mezzo.
Era il mio primo convegno. Il tabellone strillava nomi più grandi del mio, e sapevo di essere soltanto un riempitivo, un intermezzo quasi ludico tra ricercatori di grande fama. Nessuno del pubblico era lì per me. Perché nessuno sapeva di me. Ma di lì a poco avrebbero ascoltato anche me. 
Prima di parlare con il capo chino, come facevo un tempo, per mezzo minuto diedi le spalle alla platea, come faccio sempre, e pregai, come faccio sempre. E ricordai quel campo abbandonato, il mio rifugio divorato dai cespugli, il silenzio della terra e il Cielo che esibiva i suoi diamanti. Che erano anche i miei diamanti.
Il Grande Regista aveva studiato ogni dettaglio: ambientazione, dialoghi, luci, evolversi del plot dal momento di dolore al trionfo di colore secondo la legge del Tempo Epico.
Chas Kramer, il giovane allievo del John Constantine interpretato da Keanu Reeves (2005), dice qualcosa come: “Se ti mettono in panchina, è per esser pronto a subentrare”.
Non potevo saperlo, ma quando Dio, le scelte azzardate o l’amorevole sfiga mi hanno condotto lì, su quella panchina, a rammendare inutili stracci di un fallimento necessario, era perché, al momento giusto, il più Grande Allenatore che io conosca doveva voltarsi verso di me e dirmi: “Tirati su da quella panca, campione. È il tuo turno. Vediamo cosa sai fare”.
I ricchi nascondono i loro tesori; non possono competere con la bellezza dei diamanti del Signore che risplendono nel Cielo. 
Per questo il Mister mi ha spedito in panchina per metà della mia vita. Perché mi liberassi di ogni stupida ambizione. 
Lui non voleva che fossi il tesoro dei ricchi, rinchiuso in una cassaforte, o in un ufficio. Lui voleva che io diventassi il Diamante dei Poveri.

Ci vediamo al Bivio, Ragazzi.
VVB 

giovedì 30 novembre 2017

40 ANNI NEL DESERTO

Se non trovi il tuo centro, non avrai la tua orbita e, se non hai un’orbita, è come non avere vita. Resti immobile, non ti disponi per ricevere i raggi del Sole. Esisti solo perché hai cominciato a esistere.
Oggi credo di avere un asse attorno al quale la mia vita danza con passi introversi; ho affidato la mia orbita al Sole di “Uno di Famiglia”, il Fratellino Maggiore che ci guida al Padre. Ma non è stato sempre così. 
Quando ero un bambino, mi capitava spesso di percepire una specie di “chiamata”. Descriverla, adesso, sarebbe difficile; quello che so, è che fuggivo. La mia risposta era sempre No. All’inizio mi spaventava – Chi mi cerca? Cosa vorrà da me? mi chiedevo -; poi, nell’adolescenza, il mio No divenne insolente. Volevo la mia libertà. Volevo essere l’unico condottiero del mio vascello, e guai a sostituirmi alla guida. Volevo essere libero di sbagliare e di farmi strada attraverso lividi e fallimenti. 
“Non ti cercherò mai – dicevo – lì nel Cielo oltre il quale ti nascondi”. 
La cosa mi fa sorridere, se penso ad una frase che riportavo sin da allora come frontespizio dei miei quedernetti:

“Il Tuo Destino ti Troverà per quanto Lontano Tu Possa Essere” .
L’ho sempre scritto senza averlo mai capito.
Ma le cose, a volte, cambiano. 
Finché la mia risposta era NO, gli appunti di Dio sono rimasti nel cassetto; quando ho voluto darci un taglio con la mia ottusità, ho visto. E ho sorriso per la seconda volta. 
Il 2011 doveva essere l’anno in cui avrei dovuto dire addio a questa sfera azzurra; ma Papà ha pensato di regalarmi un altro viaggio premio sul suo capolavoro. Eppure, stizzito, ancora chiedevo: “Per quanto mi tratterrai in questo deserto?”. Strana scelta di parole: “mi tratterrai”, perché sapevo che era una Sua decisione; “deserto”, un luogo in cui pensi di esser confinato per punizione, e invece …

Oggi posso dirlo: sapevo che parte del mio compito qui era completare quattro libri, prima di servirlo in altro modo. E sapevo che dovevo adempiere a tutto questo prima di compiere 40 anni (2011-2017). Ed è così che è andata. Papà mi ha trattenuto con sé nel deserto per 40 anni, prima di lasciarmi andare verso la mia Terra Promessa. È questo il destino che ti cerca per quanto lontani si possa essere; era lì che dovevo aspettare, nel deserto, nel luogo che ha fissato per la mia nascita terrena.
Deuteronomio 33,2:
“Jahweh è venuto dal Sinai e si è levato su di loro da Seir (non vi ricorda Sirio?); è apparso nel suo splendore dal MONTE PARAN”.

E il paesino in cui sono cresciuto e dove ho le mie radici e si chiama Monteparano, provincia di Taranto; qualunque cosa voglia dire, dovrò ancora lavorarci su.
40 anni nel deserto prima di avviarmi verso la mia Terra Promessa. Una Terra che probabilmente non vedrò. 
Ma la parte migliore viene adesso.
Alcuni dei Ragazzi del Bivio a me più vicini, sapevano questo da molto tempo, e si chiedevano se e quando l’avrei scritto; ecco, l’ho fatto adesso, in un giorno che apre un forte portale tra qui e lì.
Chi mi ha incontrato, una di queste sere, ha detto: “Hai gli occhi di chi non mangia, non dorme, non trova pace”. Non proprio. Sono gli occhi di chi ha cominciato a seguirlo nel Cielo oltre il quale vuol essere cercato. È un impegno che faticoso ...

Coelho ha scritto: “È la possibilità di realizzare un sogno che rendere la vita interessante”. Ti correggo solo un pò, fratello Paulo: “È la possibilità di viverlo, quel Sogno, che rende la Vita straordinaria”. Non siete d’accordo?
- Ci vediamo al Bivio, Ragazzi.
VVB